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Guida alla visita / Chiesa di Santa Maria in Pietrafitta

Domina la strada che porta ad Urbino da un'altura molto suggestiva per la sua conformazione e vegetazione. E' una sorta di pittoresca acropoli che fa subito pensare ad una frequentazione antica che, del resto, è documentata da un'iscrizione funeraria romana nota fin dal XVIII secolo. Probabilmente anche la chiesa è di antica fondazione. I parroci locali tendevano a porne l'origine a prima del 1373, data in cui apparirebbe con la denominazione di Santa Maria in Valle in documenti pesaresi. Una ricerca sistematica potrebbe però probabilmente spostare molto più indietro la data di fondazione; anche più indietro del 1062, anno in cui la proprietà dell'ecllesia S.Mariae in Mariniano fu confermata al monastero di San Severo di Classe dal pontefice Alessandro II con una bolla datata al 27 dicembre, pubblicata negli Annales Camaldulenses Ordinis S.Benedicti.
Nessuna luce in proposito reca il primo documento che riguarda estesamente la chiesa, il suo rettore, lo stato della parrocchia: si tratta della relazione della visita pastorale compiuta il 23 settembre 1578 dal vescovo di Rimini. La chiesa risultava "soggetta" alla Pieve di San Pietro in San Giovanni in Marignano; già da allora non se ne conosceva l'origine, nè la data di consacrazione. La sua struttura doveva essere semplicissima: un unico vano coperto con coppi e pavimentato con mattoni, dalle pareti intonacate e imbiancate, illuminato da una finestra rotonda (probabilmente sulla facciata). Sull'altar maggiore esisteva una specie di piccolo baldacchino e un'immagine definita decente (icona est decens); non si dice cosa raffigurasse, ma il fatto che fin da allora la festa celebrata con maggior solennità fosse l'Assunzione della Vergine fa intuire che il quadro avesse quel soggetto. L'antica chiesa venne ricostruita nell'anno 1730 a cura del parroco don Francesco Osanna
Pala con l'Assunzione della Vergine
Acquistata dal parroco don Donnino Merli tra il 1817 e il 1822, si trova nel presbiterio. Si tratta di un'opera di notevoli dimensioni del pittore riminese Giuseppe Soleri Brancaleoni (1750-1806), uno degli artisti più importanti e più celebri della zona nella seconda metà del '700, ma oggi un po' dimenticato. L'opera non è firmata ma l'attribuzione al Soleri è indiscutibile; infatti lo stile del pittore è perfettamente riconoscibile nella tipologia delle figure, nella condotta pittorica controllata, nei contrasti cromatici, nel costante tributo ai classicisti romani, in un certo freddo eclettismo e in manierismi tipici, come per esempio il cielo rosato all'orizzonte.
Non si tratta di un'opera di routine, quanto piuttosto di un'opera impegnata e, come scrive il prof. Pier Giorgio Pasini "per certi aspetti sperimentale, complessa e meditata, sottilmente calibrata nella composizione, profondamente studiata negli atteggiamenti delle figure" tra le quali si distinguono quelle del giovane San Giovanni chino sul sarcofago vuoto e del vecchio San Pietro, che volutamente ha lasciato cadere le chiavi celesti in primo piano, memento discreto - in tempi ormai calamitosi per il potere temporale del papa - al primato di Pietro.